Inquinamento e Passività

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INQUINAMENTO E PASSIVITA’ – ESPOSIZIONE DI SCULTURA E PITTURA

presso Galleria Il Transito – Via Segantini – Arco (TN)
Dal 31 agosto al 12 settembre 2014 – orari 17.00-19.00
Vernissage: Domenica 31 agosto alle ore 17.30

Per la sua tradizionale rassegna di fine estate, la galleria Il Transito ospita opere di Renata De Pellegrini, Matthias Sieff e Renato Fuccini, tre artisti che, pur provenendo da esperienze e percorsi diversi, hanno inteso condividere la loro personale indignazione e reazione nei confronti dello scempio “ambientale” perpetrato dalla nostra (in)Civiltà. Le loro letture e diagnosi non lasciano spazio ad equivoci: si riferiscono all’inquinamento naturale e alla deriva etico-morale in atto, conseguenze tra loro strettamente correlate della edificazione, ad opera dell’umanità stessa, di un Mondo economico-scientifico-tecnologico artefatto e nel quale ci si è ormai adattati e quasi rassegnati a (soprav)vivere, un’edificazione che continua imperterrita anche di fronte alle sue innumerevoli e manifeste incongruità.
Basterebbe riflettere con un po’ di realismo sui danni prodotti da quello che ancora ci ostiniamo a definire un “modello di sviluppo”, ma che è basato sulla predazione e l’abuso di risorse non rinnovabili e sul ricorso a processi irreversibili e insostenibili – non solo ecologicamente, ma anche umanamente-, per convenire di dover rispolverare quanto meno un atteggiamento “prudenziale”. Ma siffatti sussulti di saggezza vengono stigmatizzati come dichiarazioni di impotenza e gli uomini, gli unici esseri che sono, “per loro natura, culturali” – secondo la ben nota formulazione di Arnold Gehlen – preferiscono continuare a riaffermare la loro padronanza sul “creato” a scapito del creato stesso, estendendo fino agli estremi limiti del possibile una civiltà prometeica fin che si vuole, ma anche pervasa di tracotanza, una civiltà che ha smarrito il senso profondo di una concezione solidaristica dell’esistenza nel momento stesso in cui ha rinnegato la sua originaria consapevolezza del tragico, della finitezza e limitatezza umana e di ogni suo progetto.
Gli artisti qui presentati sottolineano a vario titolo le conseguenze più o meno visibili di questo inarrestabile e cieco avanzare dell’umanità verso una probabile catastrofe. Matthias Sieff, collocando le sue solitarie e spaesate figure su rassicuranti basamenti lignei, come odierni stiliti fuoriusciti dall’umano consesso, ma pur sempre in attesa (forse) di un improbabile deus ex machina; Renata De Pellegrini, ammassando nei suoi cumuli di segni, misteriose e pulsanti, le scorie non riciclabili dei nostri quotidiani ed irriflessi riti consumatòri; Renato Fuccini, consentendo a inquietanti insetti e consimili di occupare integralmente lo spazio delle sue tele, preludio quasi al loro prossimo dominio sulla terra dopo che il genere umano sarà definitivamente scomparso.
La nostra civiltà può ancora ritornare sui suoi passi? Difficile a dirsi, ma in ogni caso, è anche all’arte, alle sue intuizioni, alle profonde suggestioni e agli scotimenti che ancora ci offre, che dovremmo guardare se decidessimo di dedicarci all’impresa.

Non si può non concordare con chi – come Renzo Francescotti – ha rinvenuto nella scultura di Matthias Sieff le tracce di un “primitivismo espressionistico” di varia ascendenza – egizia, greco arcaica, subsahariana -, forse riconducibile addirittura ai possenti moai dell’isola di Pasqua. Ma la produzione del giovane scultore fassano si abbevera anche e soprattutto a quella potente figurazione – medievale e di matrice religiosa – che scorre carsicamente nella scultura lignea delle sue valli e che ne ha accompagnato gli anni di formazione tra Pozza di Fassa, Selva di Val Gardena e Vienna.
Nella stessa centralità che Sieff assegna alla figura singola, unica, irripetibile e drammaticamente sola, è testimoniato – in modo filologicamente ineccepibile e plasticamente suggestivo – l’esito storico della disputa tra il cristianesimo delle origini e quello riformato. Alla dimensione collettiva e “pubblica” del primo, il secondo ha opposto, lo spazio “privato” e interiore del singolo, alla salvezza per mezzo delle buone opere e dei riti comunitari, la confidenza nella Grazia sullo sfondo di una teoria “tragica” della predestinazione, tanto impenetrabile quanto lo erano i paradossi esistenziali ai quali esponeva. L’arte, da più di un secolo ad oggi, ha contribuito energicamente alla secolarizzazione di ciò che era sorto nell’alveo della disputa religiosa. Così, se l’Urlo di Munch rappresenta già laicamente lo stato d’angoscia che accomuna l’uomo contemporaneo all’Abramo di Kierkegaard – entrambi alle prese con un Dio fattosi improvvisamente lontano ed estraneo – Matthias Sieff, procede coerentemente oltre, sui sentieri che, dall’ancor più insidioso annuncio nietzschiano della “morte di Dio”, conducono fin dentro le aporie della post-modernità. Le sue figure sono percorse dal fremito di un sospetto, quello di appartenere solo casualmente al mondo in cui si trovano “gettate” e, per giunta, di doversi assumere l’onere di provvedere un senso – che sarà necessariamente relativo e temporaneo – all’assurdità delle loro esistenze. Quello di Sieff è dunque, al tempo stesso, un dolente e disincantato controcanto ai tremori dello “spaesamento” di fronte ad un multi-verso sprovvisto di riferimenti per una sicura direzione di marcia. Paradigmatici, a tale riguardo, sono i due personaggi di Incomunicabilità, che, come i Vladimir ed Estragon di Aspettando Godot, sospesi in un’attesa indefinita, ma non particolarmente tormentati, sembrano chiedersi se qualcosa della vita – per caso o per necessità – non sia loro sfuggito; irrimediabilmente distanti tra loro, scrutano in direzioni diverse come per invocare ancora un qualche possibile riscontro che puntualmente non verrà. La coppia dei Twins sembra invece soddisfatta di poter condividere una medesima “visione”, ma forse solo grazie ad un’affinità inscritta nel codice genetico, amplificazione inusitata del sentimento di solitudine che non trova più possibili raccordi in una cultura e in una civiltà, che non hanno saputo allestire ponti per l’incontro e la reciproca comprensione. L’altera Regina, dal canto suo, osserva dall’alto in basso il mondo con tutte le sue miserie, le labbra atteggiate a una smorfia di autocompiaciuta irrisione per chi non detiene alcun potere; se sta scontando qualcosa, per l’irriducibile distanza che ha posto tra sé e gli altri, certo, non sembra darsene pena.
Complessivamente, le opere di Sieff possiedono una perspicuità espressiva in cui si combinano magistralmente alcuni elementi d’impianto divenuti quasi un inconfondibile marchio d’autore: la decorazione preferibilmente monocroma del vestiario, il basamento che fa corpo unico con la figura, la sottile frattura concettuale e visiva tra la tipizzazione degli elementi posturali e la vibratile e quasi caricaturale modellazione dei volti. Va rimarcata però anche la forte valenza simbolica del concept alla base delle sue figure. Poggiando interamente su se stesse – e questa è già una potente metafora della condizione esistenziale dell’individuo -, sembrano poter resistere e “durare” solo sfruttando l’intrinseca portanza del loro “conio” (ligneo); non appare fuori luogo dunque il riferimento di Sieff al carattere “tettonico” della sua scultura, “basata su strati – spiega – dove ogni parte sorregge ed è sorretta come un edificio costruito piano su piano, un incrocio quindi di assi orizzontali e verticali”. Del resto, ch’egli abbia già messo a punto un suo ben definito paradigma espressivo risulta evidente. Passate in rassegna, le sue figure lasciano intravedere un maturo “schematismo” delle modulazioni plastiche – un gioco ben “regolato” di piccole variazioni sul tema della distribuzione dei volumi, – che consente a Sieff di comporre la sua personale ”analitica” della condizione umana, capace di gettare uno sguardo mai banale sul processo di “individuazione” – e sull’incomunicabilità, la distanziazione e l’isolamento che ne derivano. Essa non si risolve in una rassegna tipologica, né di caratteri né di posizioni etiche, ma si piega all’esigenza della rappresentazione di ogni singola e peculiare epifania umana con risultati che non possono lasciare indifferenti.

Testo critico di Paolo Petterlin

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